Daniela Cristofori | Possiamo guardare alla fatica come una inevitabile compagna di viaggio in questo lungo periodo della pandemia? Daniela Cristofori riflette sull'importanza di fermarsi e sostare per accogliere la fatica e ritrovare un nuovo sguardo su di sè.
La fatica che possiamo provare in questo lungo periodo della pandemia ha bisogno di essere accolta. Daniela Cristofori riflette sull'importanza di rallentare e fermarsi per spostare lo sguardo su di sè e continuare a nutrire i propri bisogni di sopravvivenza psicologica e sociale.
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LA FATICA DA PANDEMIA: una fessura per guardare ai nostri bisogni di sopravvivenza psicologica

Sento il bisogno di riflettere sul tema della fatica.

Quella che sto facendo io, che sento nelle persone con cui lavoro, che si avverte a livello sociale e istituzionale.

La fatica che viene dopo più di un anno dall’inizio della pandemia. La cosiddetta Pandemic fatigue.

Se ripenso a questo anno penso alle emozioni della prima ondata, la paura ma anche la voglia di resistere, come per una sfida in una gara che pensi di ultimare in fretta, bruciante. Ci siamo impegnati tutti al massimo, scoprendo capacità di resistenza nascoste, voglia di incoraggiarci, di starci vicini nel dolore per le numerose perdite, per i lutti, per la mancanza di lavoro.

L’estate scorsa ci siamo riversati per le strade e sulle spiagge, pensando che fosse finita. Non avevamo vinto la gara, sapevamo nel nostro intimo che era solo una tregua, ma non ci interessava, era più importante riposare, riprendere una vita il più possibile normale.

Invece, in autunno, la seconda ondata ci ha colti impreparati. Pensavamo fosse finita, invece è iniziata una lunga maratona, per la quale non eravamo allenati. E’ molto diverso allenarsi per i 200 metri o per una maratona.

Se pensiamo alla differenza fisica degli atleti capiamo che i primi puntano sulla potenza bruciante, i loro muscoli sono poderosi e scattanti. I secondi sono esili, leggeri, il loro fisico deve poter reggere lunghe distanze e la fatica di una marcia che avrà momenti fisiologici di rallentamento e poi di ripresa. Bisogna conservare le energie per il momento in cui mancherà un solo chilometro al traguardo: lì non possiamo sbagliare. Dovremo scattare fino al nastro finale.

Ma passato l’autunno, e ormai anche un inverno in cui ci siamo ritrovati immersi in una terza ondata di contagi, ecco che la fatica per lo sforzo prolungato, per una maratona strana, che continua a spostare il suo traguardo un po’ più in là, emerge in modo sempre più chiaro.

Dobbiamo rallentare, anche fermarci, a tratti. Come l’uomo nell’immagine.

Questo fermarsi e riprendere fiato, respirare, rallentare, ripiegarsi su di sé, rivolgersi alla terra per trovare ancoraggio, sicurezza, è ciò che provo in questo momento.

Ho bisogno di sostare: me ne rendo conto perché è il mio corpo che me lo dice. Con il suo bisogno di sonno, di ritmi regolari, di una alimentazione semplice (invece che farmi tentare dalle “consolazioni” dolci o alcoliche) e anche, soprattutto, con il suo bisogno di silenzio.

Penso allora alla fatica che incontro nelle persone con cui lavoro, legata all’imposizione di lavorare da casa, di fare scuola da casa.

Le nostre case si sono trasformate in aule scolastiche e in uffici, con la differenza che non hanno gli spazi adeguati. La convivenza di così tante attività nello stesso luogo porta ad attriti prima sconosciuti, fa emergere conflitti riattivati dai nostri istinti primari: abbiamo bisogno di spazi personali, di una distanza, si, per la nostra sopravvivenza anche psicologica.

Ho riguardato spesso la piramide dei bisogni di Maslow in questo periodo e constato che siamo regrediti al soddisfacimento dei puri bisogni di sopravvivenza fisiologica, in parte e con fatica tentiamo di nutrire quelli affettivi e di appartenenza, i nostri bisogni sociali e di sopravvivenza psicologica. La necessità di mantenere le distanze per motivi igienico-sanitari ha assottigliato  questa fetta della piramide.

Così, non ci resta che mangiare, bere, dormire bene, camminare all’aria aperta. Penso al mantra di mio papà, scomparso lo scorso luglio a causa del Covid, che amava ripetere: “Mangio, bevo, dormo, non ho dolori: sono un signore”. La sua vita era semplice, questa è la vita degli anziani che stanno bene con poco: avrebbe retto bene questa fatica. Ah, per inciso, dovremmo ricordarci che un giorno anche noi diventeremo anziani.

Per me che resto, da sopravvissuta insieme a molti altri, per noi che restiamo è fondamentale raggiungere anche il terzo gradino della piramide, assicurarci l’affetto dei nostri cari più vicini e tentare di mantenere il più possibile l’appartenenza con i nostri ambiti professionali, con i colleghi, con gli amici o con il vicinato. Mantenere lo sguardo sul vertice della piramide, sul nostro bisogno di autorealizzazione.

Non conoscevamo questa fatica, molte cose erano scontate. Ora, rallentando, chinandoci su di noi, possiamo guardarci dentro, ascoltarci.

Fatica deriva da fatis, legato al verbo latino fatisco, cioè “aprirsi, fendersi, screpolarsi”. Fatis è quindi crepa, fessura.

Mi vengono in mente i cretti di Alberto Burri: opere straordinarie che riproducono le crepe che si creano nella terra riarsa, screpolata, appunto, affaticata, sfruttata. La terra perde la sua connessione, si separa, sembra quello che rischiamo noi oggi.

Eppure fermandoci, sostando a guardare le nostre “crepe interiori”, sono fiduciosa che troveremo la motivazione per andare in cerca dell’acqua, della linfa che possa farci di nuovo ammorbidire, ritrovare connessioni vitali, accogliere nuovi semi, fiorire, come questa immensa primavera.

Da riguardare, in questo periodo, il film di Kim Ki Duk “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” del 2003. Una meditazione per immagini sulla natura dell’uomo e la ciclicità del tempo.

Sostare, fermarsi, è necessario. Per ripartire. “Non dobbiamo temere la fatica, né combatterla”, mi ripeto in questo periodo.

Essa ci è necessaria, comprendo bene che questa fatica mi rimanda il senso del mio sentire, del mio esserci. La fatica che facciamo è ciò che renderà la fine di questa lunga e imprevedibile maratona una soddisfazione senza precedenti, alimenterà il nostro senso di efficacia personale, di avercela fatta. E comporterà di sicuro una ennesima trasformazione, attraverso quella crepa potremo intravedere un’apertura. Necessaria anch’essa.

Dunque, buona primavera a tutti. Nonostante la fatica.