danielacristofori | ASCOLTARE IL SILENZIO: la comunicazione non verbale  ai tempi del coronavirus
Corriamo tutti il pericolo di confondere questo tempo di isolamento con un tempo di agitazione: il rischio è di ricreare le nostre fitte agende della vita esterna, all'interno delle mura domestiche. Invece possiamo cogliere l'opportunità di fare silenzio interiore, per accoglierlo come una forma di comunicazione non verbale ricca di sorprese. E' quello che ci invita a fare simbolicamente il tempo della Pasqua.
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ASCOLTARE IL SILENZIO: la comunicazione non verbale  ai tempi del coronavirus

E’ passato  poco più di un mese dal primo decreto di chiusura dell’Italia, delle attività lavorative (ad eccezione di quelle legate all’emergenza sanitaria e ai beni di prima necessità) e della libera circolazione delle persone.

Siamo in isolamento a casa, e il tema della distanza di sicurezza è diventato di primaria importanza.

Dopo un primo spaesamento iniziale e una reazione creativa con persone affacciate ai balconi a cantare, ballare, applaudire, avverto adesso una specie di “spegnimento” esteriore.

Contemporaneamente sperimento io stessa una situazione paradossale: nel mio isolamento piano piano sta ricreandosi lo stesso vortice di impegni che caratterizzavano la mia vita di “prima”: alle 10 iniziano le call con i pazienti, poi ci sono i parenti da chiamare tutti, quelli che stanno male, quelli che stanno così così, gli amici che lavorano in ospedale… e poi le video conferenze di lavoro, con gli amici, la lezione di pilates su youtube, il corso di cucina per imparare ad impastare, i lavori di casa…figli e mariti o compagni che chiedono più attenzione che mai.

E in poco tempo non vediamo l’ora di andare a dormire la sera, per poi ricominciare così il giorno dopo.

E’ una situazione che accomuna noi terapeuti alle persone con cui lavoriamo, che comprendiamo bene, vivendola noi stessi in primis.

Ecco, forse da qualche parte sta prendendo forma la stessa ingiunzione a SFORZARCI diremmo in Analisi Transazionale, a fare tanto, sempre, a parlare anche con chi prima non sentivamo mai ( e va bene che sia così), a muoverci tanto, in casa, anche più di prima.

Accanto alla bellezza di tutte queste soluzioni attive e creative, vorrei sottolineare che anche il SILENZIO ha la sua bellezza, e che fermarsi ad ascoltare il silenzio è un esercizio che in questo momento di isolamento potremmo fare, sfruttandolo come opportunità.

Un insegnamento zen invita a percepire prima il silenzio tra due note musicali, poi il silenzio delle note stesse.

Gli attori del Living Theatre negli anni 70 amavano entrare in scena, davanti al sipario chiuso, in silenzio e restando immobili a guardare il pubblico in platea per diversi minuti. Ed era interessante notare come la gente in platea manifestasse disagio, cominciasse a muoversi, a farsi domande.

Una bella provocazione.

Che rapporto abbiamo noi oggi con il silenzio? Etimologicamente Silenzio significa “tacere, non fare rumore”. Ecco, siamo in grado noi oggi di tacere, di restare semplicemente in ascolto?

Per quanto riguarda il rapporto con noi stessi, la pratica del silenzio è una forma altamente comunicativa, una apertura nei confronti del nostro mondo interiore, dei nostri pensieri, desideri, emozioni. Un modo per ascoltare il discorso che continuamente abita la nostra mente.

Difficile. Perché ci spaventa il silenzio, ogni distrazione possibile sembra una difesa per allontanarci da quello spazio, che è invece importante coltivare per la nostra evoluzione come individui. Potremmo dire che il silenzio favorisce l’introspezione, per usare un termine psicologico o psicanalitico.

Se ci spostiamo su un versante relazionale, invece, il silenzio ci apre alla dimensione dell’ascolto dell’altro, ci mostra la bellezza e la potenzialità della comunicazione non verbale: sguardi, gesti, posture, il tono della voce che l’altro sta usando, la velocità o lentezza del suo parlare, se suda, se si mordicchia le unghie…

Il nostro silenzio di fronte all’altro che parla ci apre un orizzonte di comprensione completamente diverso. Un silenzio attento, e libero da preconcetti e pregiudizi, come se una voce silenziosa ci invitasse “Guarda! Osserva senza giudizio, ascolta senza giudizio”.

Penso al silenzio dell’ascolto nella stanza dell’analisi con i miei pazienti, alle pause che si creano nei nostri dialoghi. Quando, dopo un mio intervento, l’altro fa una pausa di silenzio, capisco che ciò che è stato detto ha centrato un bersaglio, che l’altro ha recepito il messaggio e che questo messaggio, come una freccia, ha aperto una comprensione nuova. Noi psicologi lo chiamiamo INSIGHT: visione interiore. Qui il silenzio è il linguaggio del sentire, della fusione e dell’empatia.

E’ ciò che porta cambiamento, spinta al cambiamento, cambio di prospettiva.

Allora abbiamo colto nel segno e si crea una atmosfera di vicinanza, di contatto intimo con parti di noi o dell’altro fino a un momento prima sconosciute.

Eric Berne parla in Principi di terapia di gruppo dell’importanza dei primi tre minuti nella stanza dell’analisi. Quei preziosi momenti iniziali in cui la mente sgombra, silenziata, del terapeuta può cogliere meglio i tanti aspetti comunicativi presenti all’inizio di una relazione con i nuovi partecipanti al gruppo. 

Ma vale anche per noi: come ci ascoltiamo? Come ci relazioniamo con noi stessi?

Paul Watzlawick e i teorici della comunicazione dicevano che “non si può non comunicare”.

Anche il silenzio è comunicazione. Anche con noi stessi.

Se lo applichiamo alle nostre vite in questo momento di isolamento, può essere foriero di grandi rivelazioni su di noi.

Possiamo approfittare del tempo forte che per il mondo cattolico coincide proprio con questi giorni che conducono alla Pasqua, per fare un “digiuno di parole”. E’ preziosa questa corrispondenza tra un tempo storicamente definito come PASSAGGIO, andare oltre (questo il significato della parola ebraica pesach, Pasqua) e il tempo del nostro restare a casa imposto dall’esterno.

Una restrizione che può diventare un’opportunità. Come ci invita a fare la poetessa milanese Chandra Livia Candiani: una stanza vuota può diventare il rifugio “che ci custodisce e ci rivela tutti interi a noi stessi”. Il suo testo “Il silenzio è cosa viva” parla da sè.

Teniamo dunque forte il legame con il respiro nel presente, e con gli altri nella nostra mente e mettiamoci in un’attitudine di silenzio e di ascolto dei nostri pensieri, senza giudicarli. E’ il principio della meditazione.

Cosa ci porterà il nostro silenzio?

Sarà interessante condividere con qualcuno di cui ci fidiamo le nostre scoperte, autentiche e uniche.

Buon ascolto dunque.

 

                                                               Daniela Cristofori, psicoterapeuta e artista