danielacristofori | Daniela Cristofori propone una riflessione sull'arte della meraviglia, emozione alla base della creatività e del benessere
In questo periodo pre-natalizio denso di proposte, vi invito a una riflessione sull'arte della meraviglia, emozione che può essere coltivata partecipando a una mostra collettiva di arte. Un'occasione di contatto diretto con opere e artisti presenti, per riscoprire il senso della creatività individuale e dell'appartenenza a un "noi".
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L’ARTE DELLA MERAVIGLIA.

Vorrei oggi parlare della importanza di partecipare a fenomeni artistici collettivi, sia come spettatori che come artisti in prima persona, per le molte possibilità creative e trasformative che una esperienza di questo tipo può apportare. Mi piace chiamare questa possibilità ARTE DELLA MERAVIGLIA, arte che come tutte le arti va coltivata nel tempo. Ho bisogno però di fare una premessa.

Molto tempo fa, in un periodo ampio che va dal Medioevo fino all’Ottocento, quando le possibilità di comunicare erano affidate a piccioni viaggiatori, corrieri, pergamene scritte a mano che percorrevano itinerari per terra e per mare viaggiando di mano in mano, tra cavalcate e carrozze, terreni accidentati e mari in tempesta, noi uomini possedevamo ancora una grande capacità di meravigliarci.

Proprio in questo ampio lasso di tempo cominciarono a prendere corpo le Wunderkammer, le stanze della meraviglia, vere e proprie stanze adibite ad accogliere oggetti i più svariati, che vennero appunto chiamati Mirabilia. Possiamo pensare a queste stanze che permettevano di raccogliere anche frutti di sperimentazioni o casuali e fantastiche anomalie dei regni animale, vegetale o minerale, come ai primi rudimentali musei privati, o come alle prime forme di collezionismo.

L’intento era comunque quello di mantenere desta la memoria e la capacità di meravigliarsi di fronte a cose che in un attimo distoglievano gli esseri umani dalla loro quotidianità, dal “già conosciuto”.

La sorpresa, la meraviglia, è considerata una delle emozioni fondamentali fin dai tempi di Platone, Aristotele e di Darwin, che poi le classificò e le studio’, ed è una emozione legata alla scoperta di qualcosa di nuovo, di inaspettato.

Può avere un risvolto piacevole o spiacevole a seconda dello stimolo che provoca questa reazione, ma in ogni caso la meraviglia può portare ad una apertura, spesso a quello che venne per la prima volta battezzato come insight (in tedesco Einblick) da Wolfgang Köhler nel 1913, cioè una forma intelligente di soluzione di problema.

Köhler è stato uno psicologo tedesco, sostenitore della psicologia della Gestalt, ovvero della forma, che si sviluppò a partire da studi sui fenomeni percettivi ed estese poi le sue  scoperte all’area degli aspetti cognitivi, in particolare alla capacità di apprendere.

Köhler condusse numerosi esperimenti ed osservazioni dei comportamenti dei primati in stato di cattività, ma uno in particolare passa alla storia: e cioè quello in cui uno scimpanzé dal meraviglioso nome di Sultano, giocherellando con due bastoni, riesce a metterli l’uno nell’altro e con questo nuovo attrezzo porta a se’ la banana che si trovava fuori dalla gabbia, ma a una distanza non raggiungibile con le sue sole braccia.

Sultano fa “casualmente” una “scoperta” che ristruttura rapidamente e radicalmente la sua percezione del problema, in quanto il ruolo funzionale del bastone è cambiato: da oggetto che serve a distrarlo dalla sua voglia di banana, diventa lo strumento per avere la banana.

Questo passaggio è reso possibile, secondo lo psicologo, perché tutti gli elementi erano presenti nel campo percettivo di Sultano, anche se i due bastoni prima della “scoperta” non avevano la stessa funzione che hanno assunto dopo.

La traduzione esatta in italiano di Einblick o insight, sarebbe “vista dall’interno”, cioè intuizione, parola dalle molte implicazioni filosofiche, e il  passaggio cognitivo sopra descritto ci porterebbe a parlare di creatività o pensiero creativo.

Ma c’è un altro aspetto che mi sembra fondamentale, uno dei cardini della psicologia della Gestalt, e cioè il famoso assunto che IL TUTTO È PIÙ DELLA SOMMA DELLE SUE SINGOLE PARTI.

Tradotto in termini più quotidiani potremmo dire che possiamo allenarci ad avere una visione più ampia dei problemi; inoltre un altro psicologo tedesco, Kurt Lewin, dopo poco tempo applicherà questa “legge “ allo studio dei gruppi e delle dinamiche dei gruppi visti come totalità dinamiche, in cui la diversità dei membri è un aspetto che rende il campo particolarmente ricco e dinamico e la interazione fra i suoi membri porta il gruppo ad assumere una forma che non può essere semplicemente data dalla somma dei suoi membri, ma è qualcosa di più, di totalmente nuovo e unico.

Anche la mia teoria psicologica di riferimento, l’Analisi Transazionale, si occupa  di gruppi e utilizza nello stesso tempo la capacità di intuizione, fenomeno di cui Berne scrisse fin dall’inizio dei suoi studi.

Ora voi direte, e cosa c’entra tutto questo con la partecipazione ad una mostra collettiva d’arte?

C’entra con il fatto che partecipare ad una mostra collettiva ci porta a cogliere una coralità, ma anche ad entrare in stanze individuali, Le Stanze della Meraviglia, appunto.

Possiamo guardare queste stanze da diversi punti di vista: se viste dall’interno, dalla prospettiva di ogni singolo artista che ha prodotto quelle opere, siamo indotti a pensare alla funzione primaria dell’arte come “dispositivo necessario a prendersi cura di se’ e per affacciarsi al mondo, in certi casi la materia stessa per acquisire le capacità potenziali di sentire e di pensare” (G. Bedoni), proprio come aveva intuito lo psicoanalista inglese Winnicott.

Possiamo poi guardarle dalla prospettiva di noi come osservatori, visitatori, fruitori che passando da una stanza all’altra attraversino una sorta di piccolo mondo eterogeneo popolato di oggetti fantastici, nuovi, ognuno portatore di una sua verità. Un po’ come le Wunderkammer, le originali Stanze della meraviglia che raccoglievano oggetti provenienti dalle più diverse parti del mondo, con l’unica caratteristica comune: la capacità di stupire.

Ecco, Noi uomini moderni, abituati a viaggiare nel tempo e nello spazio con un solo clic, assuefatti ad oggetti bidimensionali, appiattiti dalla visione su schermi digitali e anonimi, sembriamo destinati a dimenticare questa Arte della Meraviglia. Per questo credo sia ancora più importante avvicinarci ad esperienze come quelle di una mostra collettiva, per educarci a passare dal “Già visto e scontato” che porta a sentimenti di progressivo svuotamento e insoddisfazione, al mondo della meraviglia, della scoperta di piccoli mondi espressivi personali ma autentici, concreti.

Piccole o grandi stanze nelle quali entrare, sostare, guardare ed ascoltare, per allenarci e non perdere il piacere della meraviglia e del contatto concreto con le opere d’arte e con gli altri, artisti e visitatori presenti durante l’inaugurazione della mostra, per connettere coralità e individualità, alimentando il senso del “Noi”.

Insomma, un evento, una esperienza che rischia di aprirci a nuove scoperte.

Come tanti piccoli Sultano potremmo rischiare di fare “scoperte” destinate a cambiare qualcosa di noi. Potremmo rischiare di Meravigliarci e restare, come i bambini di fronte alle vetrine natalizie di questi giorni, sospesi in una espressione di stupore che ci faccia recuperare parti di noi vitali e sempre pronte a ridestarsi e a generare benessere. Purchè gliene diamo l’occasione.

Non mi resta che augurarvi buon viaggio.

 

Daniela Cristofori, psicologa, psicoterapeuta